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28/06/2020
Pass@parola n. 28
03/07/2020

Testo integrale di padre Enrico Beati sulla diaconia

padre Enrico Beati

Per la stesura degli articoli speciali dedicati agli anniversari di sacerdozio di don Aldo e don Claudio, ho interpellato anche padre Enrico Beati, alla guida della nostra CP dal 2015 al 2017. Con questo articolo, quindi, si pubblica il testo integrale dal quale nei precedenti articoli ho solamente estratto i pensieri dedicati a don Aldo e don Claudio. Si coglie l’occasione per ringraziarlo nuovamente per il suo contributo e salutarlo a nome di tutta la Comunità Pastorale.

 

Ciao, Nicolò.

Grazie dell’invito. Anche se è faticoso: dare scrittura a un pensiero, affidare a un testo ciò che si ha dentro, definire in una forma che rimane cristallizzata sulla carta quanto, a voce, potrebbe essere ulteriormente chiarito, rimodulato, meglio esplicitato… è faticoso. Ma lo faccio volentieri. E perché mi “costringi” a ritornare a un tempo bello della mia vita e perché mi chiedi di  parlare dell’esperienza della Diaconia – l’insieme dei preti che stanno e, in qualche modo, guidano una Comunità Pastorale – con uomini che, da sconosciuti, mi sono divenuti cari e dei quali mi fregio oggi di parlare come di amici.

Che dire, allora? Innanzitutto che eravamo come “I tre Moschettieri” di A. Dumas.

  • Ah, tutti per uno e uno per tutti, bello.

Sì, anche. Col tempo, non senza qualche fatica. Ma non è questo a cui pensavo immediatamente. No. Noi eravamo come i Tre Moschettieri di Dumas: quattro. Eravamo proprio quattro. Siamo sempre stati quattro. E questo mi pare il primo punto positivo della nostra esperienza. Non è sempre stato semplice e non sempre ci ha reso la vita facile, ma ciascuno di noi è rimasto e – mi piace pensare – ha potuto rimanere se stesso, senza censure e senza omologazioni. E come quei quattro là, eravamo sufficientemente caratterizzati.

Don Claudio era il saggio: glielo leggevi nel sorriso. Benevolo, sì, ma di chi la sa lunga: aveva già vissuto tanti anni e non per sbaglio. L’esperienza non l’aveva fatta: gli era entrata dentro e l’aveva plasmato. Lui conosceva: la gente, i fatti, le posizioni. Era interessante quando parlava e pure quando taceva. Poi don Claudio era l’uomo della disponibilità: più faceva e più era contento. Un giorno eravamo in giro a benedire. Di solito lui partiva prima, poi don Aldo e io lo incrociavamo sulla fine del percorso (che ci eravamo suddiviso in parti). Lui telefona: “guarda che ho già finito il mio giro”. Mi immaginavo aggiungesse: “questa sera non ci vediamo, perché rientro”. Invece lui: “state a casa. Oggi è breve. Faccio anche il vostro”.

Poi c’era don Romano: il nostro decano, un po’ anche il nonno. Ma occhio! Lui era – logicamente – il “custode”. Quello che era stato, la bontà del passato, la ricchezza delle esperienze delle parrocchie (a cominciare dalla SUA Sesona) erano l’oggetto delle sue cure. Il don Romano che ho conosciuto io era un uomo intelligente: ascoltava e parlava. E quando parlava – argomentando con precisione intelligente il suo punto di vista – mostrava di averti ascoltato. Non mi capitava sempre di essere d’accordo con lui; ma ricordo che non mi è successo mai di poter ritenere sciocco o banale quanto diceva. Vorrei aggiungere un aneddoto. Quando la Diaconia è diventata anche – superata la prima fase della conoscenza e quella di coordinamento dell’azione pastorale – luogo del confronto e della formazione comune, un martedì arriva con un interessantissimo articolo (non ricordo se da Avvenire o dall’Osservatore Romano), proponendone la lettura e la discussione. A 90 anni!

Quindi don Aldo. Il nostro centravanti di sfondamento, la testa di ponte. È – di pochissimo – anagraficamente più vecchio di me. Eppure conservava l’irruenza dirompente del giovane. Non l’ingenuità e la sprovvedutezza, anzi. Io gli facevo perdere tempo, tenendomelo perennemente attaccato, perché costituiva il mio riferimento sicuro nell’affrontare le questioni, forte dei suoi vent’anni di lavoro che gli davano una concretezza che a me mancava. Con don Aldo la condivisione è stata totale: complice il fatto che vivevamo nella stessa casa – con gli studi a pochi metri di distanza –e la scelta di condividere sovente i pasti, la frequentazione era costante. Di don Aldo potrei scrivere un mare di cose e ricordare un’infinità di circostanze. Mi piace però qui ricordare la sua sensibilità in un paio di episodi in cui non ero direttamente coinvolto. Don Romano aveva avuto due occasioni differenti di difficoltà. E il fatto che abitasse – da solo – nella casa di Sesona, ci aveva suscitato qualche preoccupazione. Entrambe le volte don Aldo ha preso le sue cose e si è trasferito da lui. Tra l’altro, riuscendo a farsi accogliere volentieri e a diventare una presenza rassicurante.

Poi c’ero io che – un po’ per indole e un po’ per dovere istituzionale – facevo il capo. Tra il tiranno e il leader come meglio mi riusciva.

  • Un paradiso, insomma.

Sì, certo (ampio sorriso). Ora non esagerare. Il tempo, naturalmente, purifica dalle scorie e rimane solo il bello. Le difficoltà non sono mancate: per ciascuno di noi. D’altra parte, sarà così anche nelle vostre famiglie: il rapporto tra gli sposi o tra i fratelli, tra genitori e figli, con i nonni… non saranno mica tutti giorni di sole. Però il ricordo (è una parola a cui attribuisco un significato forte; intendo: ciò che mi è rimasto nel cuore) è di un tempo bello, di crescita, personale e comunitaria, di intesa.

  • Qualcosa ha giovato?

Direi di sì. Innanzitutto la frequenza. La frequenza più della frequentazione. O, se vuoi, la frequenza della frequentazione. Abbiamo iniziato da subito a “imporci” (credo che il termine sia azzeccato) la frequenza settimanale negli incontri della Diaconia: una mattina intera, con il pasto. Ha avuto la sua costanza. Anche il fatto che dovessimo spesso celebrare insieme. Magari due per volta, soprattutto noi tre che stavamo a Vergiate. Ha comportato la necessità di ascoltarsi in quanto l’altro diceva: la stima è seguita.

A noi succedeva di citarci: uno ridiceva volentieri quello che – in un’occasione diversa – aveva detto un altro, citandolo. E così chi ci stava vicino sapeva che noi ci ascoltavamo e ci apprezzavamo. E non facevamo finta di non sapere i difetti dell’altro ma, tutto sommato, non erano questo grosso problema. Non più – almeno – dei difetti che ciascuno conosceva di se stesso.

Credo che ci abbia anche fatto bene il fatto di non avere molti motivi di invidia. Non credo che sia stato un merito legato a qualche virtuosità personale. Semplicemente, ciascuno aveva campi di azione sufficienti per non sentirsi “minacciato” (prendi il termine con le molle: spero si capisca cosa intendo) dalla presenza dell’altro. Diciamo così: non avevamo grossi problemi di “ombra”.

Alla fine, credo che sia vero. Senza troppi fronzoli, semplicemente, ci volevamo bene.

Nicolò Bonetti

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